La festa dei Virginiana Miller

Lorenzo Mei
7 min readMar 24, 2024

Alessandro viene da Barletta. Ha preso un pullman per Bari, poi un aereo per Firenze, e alle otto e mezzo di sera è qui davanti alla porta del Circolo il Progresso che racconta la sua avventura aspettandosi (giustamente) un titolo di merito e soprattutto aspettando il concerto dei Virginiana Miller, che tra poco suoneranno sul bel palco di questa casa del popolo verace nella zona del Poggetto. Qui si entra e ci si sente catapultati negli anni Settanta, ma col sorriso. Alle pareti ci sono i poster di Gramsci e di Leonard Cohen, questa è la casa fiorentina di Hugo Race e Steve Wynn, ci ha sviolinato Scarlett Rivera accompagnando Eric Andersen.

Questo per i Virginiana Miller è il primo concerto da cinque anni. Nessun disco da presentare, nessuna reunion — che non si sono mai sciolti e mai lo faranno — ma solo l’idea di riprendere gli strumenti in mano con un po' di gente davanti, vedere come va, e magari (ma questa è una speranza) guadagnare proprio da questo comeback la spinta emotiva per tornare in studio, registrare un po' di canzoni nuove e farne un album.

A questo punto, nonostante la mia proverbiale ritrosia nel prendermi i meriti e sbandierarli ai quattro venti, bisogna che mi tiri in ballo, perché è andata che il mio amico Antonio Bardi, uno dei due chitarristi, mi mandò un messaggio mentre era a tavola (come quasi sempre), chiedendomi se potevo suggerire a lui e ai suoi compari un locale in cui organizzare un concerto, perché preferivano farlo fuori da Livorno, che è casa ed è troppo zona di conforto.

Pensai a un paio di posti, ma quasi subito convenimmo entrambi che la scelta migliore era il Progresso, un po' perché è un locale frequentato, e anche mandato avanti, da veri appassionati di musica, un po' perché sarebbe stato raggiungibile anche da fuori, nel caso qualche matto fosse venuto da Bologna o da Empoli. Non so se in quel momento Antonio faceva il modesto oppure non immaginava, come in effetti è successo, che venissero bande di scalmanati da Roma, da Torino, da Reggio Emilia e, appunto, da Barletta. Oltre naturalmente alla carovana di macchine da Livorno, a quelli di Pistoia, di Viareggio, di Siena, di Lucca e probabilmente perfino di Pisa, anche se in incognito.

Antonio Bardi

Che la cosa avrebbe funzionato si è capito dopo poche settimane, perché i biglietti disponibili erano finiti al volo, e il povero Massimiliano Larocca, uno dei responsabili della benemerita associazione La Chute, che anima il circolo (oltre che raffinato cantautore), che alla fine avevo chiamato per metterlo in contatto con la band, per mesi ha dovuto resistere davanti alle reiterate richieste di biglietti extra, di accrediti, di finestre lasciate mezze aperte sul retro per infilarsi dentro di straforo.

La mia telefonata era andata cosi: “Ciao Max, avrei un gruppo da proporti per il Progresso”. “Eh, Lorenzo, ormai per quest' anno siamo pienissimi, ma comunque dimmi chi”. “No niente, erano i Virginiana Miller”. “Ah, allora va bene, c’è posto”.

Matteo Pastorelli (a sinistra), Daniele Catalucci e Valerio Griselli

Quindi eccoci qui, su questo marciapiede a salutarci tutti, una conventicola di fan che nel tempo si è parlata tanto sui social, poco dal vivo, e che oggi si ritrova a ridosso della settimana santa per celebrare questo rito laico, che avrà due ingredienti principali, da entrambi i lati della sala: il sorriso e la gratitudine. Perché appena i Virginiana Miller appaiono sul palco volano le prime battute sul fatto che ormai sono/siamo diversamente giovani, e appena arriva Simone Lenzi, con il leggero ritardo del frontman scafato, si becca un istantaneo “Era l’ora!”. Ecco i sorrisi, dunque, sconfinati diverse volte nella risata, ecco la felicità, tante volte citata nelle canzoni. Poi però comincia il concerto, con una partenza che nemmeno noialtri in piedi sotto le ventole che pendono dal soffitto di legno avremmo potuto scrivere: “Altrove”, una delle canzoni che valgono la carriera, pescata da quel folgorante esordio che fu “Gelaterie sconsacrate” capace di trasformare subito quella banda di autodidatti in qualcuno che ci poteva provare davvero. Naturalmente se il successo si misura con le ville con piscina, i dischi di platino e i concerti nei palasport, i Virginiana non ci hanno (ancora) provato abbastanza. Ma chi è intelligente il successo non lo misura così: a parte che hanno vinto un David di Donatello che non è esattamente roba da nulla (con “Tutti i santi giorni” per l’omonimo film di Paolo Virzì tratto dal romanzo “La generazione" di Simone Lenzi) il successo si misura dal fatto che Alessandro parte dal Barletta, che le groupies vengono da Roma, che da Torino portano in dono plettri con la grafica di ogni album sopra, e che la gioia in platea durante il concerto si taglia con il coltello come fosse un gelato consacrato dalla gratitudine.

Valerio Grisselli (a sinistra), Matteo Pastorelli e Giulio Pomoni (a destra)

Eccolo, il secondo ingrediente: il grazie durato quasi due ore del pubblico nei confronti dei ragazzi sul palco e quello restituito dai musicisti, che si gonfia di canzone in canzone, perché l’entusiasmo dei fan inietta nelle vene del gruppo una fiducia che li fa suonare magnificamente. Altro che vecchiaia, altro che ruggine: Lenzi canta benissimo e ruggisce dove serve, le chitarre di Antonio Bardi e Matteo Pastorelli tracciano le coordinate di un suono facilmente riconoscibile che — come dice l’amico Michele Boroni — fa dei Virginiana Miller gli XTC italiani, il basso di Daniele Catalucci e la batteria di Valerio Griselli sono i tubi Innocenti con cui si costruisce l’impalcatura musicale, le tastiere di Giulio Pomponi definiscono lo spazio. Il medico ufficiale, Prof. Dott. Cerretini, è in sala pronto a intervenire in caso di mancamenti dovuti all’incedere del tempo, ma certifica che, superato un apparente calo glicemico iniziale, non teme coccoloni, e che questi Virginiana migliorano anzi con gli anni.

Simone Lenzi (a sinistra) e Matteo Pastorelli

La scaletta è costruita con grande maestria: alterna i pezzi che tutti avrebbero preteso di ascoltare e le perle seminascoste in un canzoniere corposo e vario.

Un’alternanza che comincia subito, perché dopo “Altrove” tocca a “Placenta”, poi “Un’altra sigla per Harlock”, poi ancora quel gioiello di “L’anno dello scambio culturale Italia-DDR”. Dopo si cambia lingua visitando l’ultimo album, quello “americano”, con “The Unreal McCoy”. “Due” dal vivo è una bomba e squaderna bene i pregi della band, che fonde l’energia pulsante del rock con le melodie pop e i refrain ariosi, il tutto incorniciato dai testi d’autore di Lenzi, che sono spanne sopra quelli di moltissimi.

Impossibile citarle tutte puntualmente, ma è ovvio che “La verità sul tennis” la cantano anche gli attaccapanni, che “Venere Nettuno Belvedere” è uno dei passaggi più trascinanti e riusciti, che “Tutti i santi giorni” è la celebrazione di un capolavoro. La famiglia Bardi non si accontenta del palcoscenico e dà spettacolo in platea, con i figli di Antonio che cantano a memoria e saltano, abbassando per quanto possono l’età media e i trigliceridi dell’audience.

Un po' prima della fine c’è anche una cover, quella di “Anna e Marco”, con un bel finale molto Virginiana. Lenzi dice “Così la possiamo cantare tutti in un momento karaoke”, ma probabilmente è uno dei pezzi meno cantati di tutta la serata. Perché Dalla qui lo ammirano tutti quanti, è un gigante della musica, ma ai Virginiana Miller gli si vuole bene, nonostante suonino con la stessa frequenza del conclave e facciano i dischi con la prolificità con cui Salinger sfornava romanzi, e quindi “Anni di piombo” è un coro dall’inizio alla fine. “Formiche” è un altro regalo dal carniere delle canzoni meno scontate, e il bis è una straordinaria “Tutti al mare” senza corrente, quella sì lasciata in balìa del pubblico, che l’aspettava fin dalla prima nota, fin dall’attesa davanti al circolo, fin da Barletta.

Poco prima però la sorpresa era stata un pezzo nuovo, “La fine del patriarcato", che mette insieme due ricordi di Lenzi: il ritrovamento di una vecchia cartolina di famiglia e una confidenza fattagli da suo cugino nel giorno del funerale del padre. Un testo commovente, una musica che mostra il grado di maturità raggiunta, che i Virginiana mettono accanto a una freschezza mai perduta. Questa è una canzone che reclama un posto in un album, e quindi anche sui nostri scaffali. E per fortuna Lenzi, ormai travolto dall’affetto e a un passo dalla commozione, promette subito: “È una riprova del fatto che forse un ultimo disco lo faremo”. Scatta l’ovazione che significa: mo' me lo segno.

Promette anche che dalla mattina dopo smetterà di fumare, perché ha fatto un voto. “Speriamo di farcela”.

Speriamo che ce la facciate.

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Lorenzo Mei
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Written by Lorenzo Mei

Nato nel 1971, vive a Serravalle Pistoiese. Scrive sui giornali dal 1989 e sul web dal 2011, soprattutto di musica, ma saltuariamente anche di cose meno vitali.

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